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Il capolavoro del nulla

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Negli ultimi giorni, e dunque negli ultimi giorni di questo 2016 per alcuni versi nefasto, mi è capitato di guardare un film e di leggere un libro che non raccontano praticamente nulla, comunque nulla di particolare. L’assenza di trama, se il film è strepitoso e il racconto assoluto, è una prova ulteriore del talento dell’autore, l’essenza stessa dell’arte che sa trasformare il normale in straordinario, o una carenza che sottolinea sì la bravura del regista e dello scrittore, ma ne lascia incompleta l’opera, che moltiplica l’acquolina in bocca pensando a pranzi più sazianti? Come quando di un attore o di un’attrice si dice: “Sì, gran prova di bravura, ma un po’ fine a se stessa…”.

In realtà questo dilemma ha ovviamente un contenuto spirituale così profondo da essere preoccupante, forse angosciante, certamente determinante. La vita vale la pena di essere vissuta bene perché e se succedono cose particolari? La felicità nasce dalla serenità del nulla di eccezionale che trascorre o dall’eccezionalità – nel bene e nel male – che rompe il lento fluire dell’eterno identico quotidiano? Oscilliamo a giorni, anzi, a ore alterne tra l’una e l’altra risposta. E già questa oscillazione è una bozza di risposta.

Pensando a Jim Jarmusch, a Paolo Cognetti, ma anche per esempio ad Alberto Burri (vedi il Gretto in alto) e Mark Rothko (vedi no name, 1969, in basso), la risposta, naturalmente non soltanto artistica ma anche e soprattutto esistenziale, appare alquanto semplice e perfino banale: l’ideale sarebbe rendere il nulla di eccezionale un’opera eccezionale, in una gran prova di bravura il cui essere fine a se stessa non è il problema ma la soluzione. Buone feste.

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