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Macron uomo dell’anno (2017)

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Emmanuel Macron è l’uomo dell’anno, non dello scorso, ma del 2017 appena iniziato (qui altre previsioni a uso e consumo delle smentite certe, prossime e venture). Calendario alla mano, il giudizio su Macron uomo dell’anno 2017 potrebbe sembrare prematuro, oltre che ovviamente provocatorio, ma è intonato allo spirito dei tempi. E ha dei perché.

Non passa giorno infatti, per ora in Francia, senza che si parli sui giornali di ogni tendenza della sorpresa dei sondaggi e della politica, Macron appunto, con il suo movimento En Marche!. E proprio mentre i socialisti si preparano a darsele di santa ragione alle primarie si vedono gli effetti positivi della riforma del 2015 che porta il cognome di Macron, lenzuolata di liberalizzazioni con contorno di modifiche sul fronte del lavoro, del trasporto e del commercio.

Macron, già banchiere, giovane, consigliere di François Hollande ma volto nuovo della politica, ha utilizzato la sua esperienza al governo, al ministero dell’Economia, per mostrare una dote chiara e semplice: la capacità di varare una riforma dal peso politico notevole, anche nelle opposizioni provocate, e dalla diretta e immediata presa sul vivere quotidiano dei francesi, tra incremento dell’utilizzo dei mezzi pubblici e negozi aperti e stipendi minimi.

Per non restare invischiato nella fase stagnante del governo del neocandidato socialista Manuel Valls e nella fase declinante della presidenza Hollande, poi Macron ha lasciato il governo, a missione per lui più o meno compiuta, e ha fondato il suo movimento – perché è meglio non salire sul “vecchio” palco delle primarie del Ps – e lo ha lanciato con un evento pubblico a Parigi dove erano attese al massimo 10.000 persone, ma alla fine ne sono arrivate 15.000. Successo anche il primo giorno, a metà dicembre, da candidato alle presidenziali. E buoni numeri nei sondaggi.

Ma il punto è un altro, i perché del suo essere uomo dell’anno 2017 dipendono soprattutto dagli avversari che si troverà davanti e alla sfida ambiziosa che si propone di lanciare: convincere la classe media sofferente con la sua ricetta che punta a liberare nuove energie riducendo il perimetro e il peso dello Stato sulla libera impresa e sul lavoro – da qui l’accusa (dal punto di vista socialista e francese) di essere “un liberale” – ma insistendo anche sul bisogno di sicurezza e protezione che, se non compreso o peggio disatteso, crea il malessere che diventa protesta, voto anti-sistema.

Macron infatti si insinua come novità concreta nel consueto bipolarismo di questi tempi: chiamiamola sfida tra politica e antipolitica, chiamiamola sfida tra partiti tradizionali e populismi, insomma En Marche! è un’alternativa non tradizionale a quel trend che punta – spesso sbagliando – a mettere assieme Brexit e Trump, Grillo e Salvini e Le Pen, ma anche Podemos e perché no perfino Tsipras.

Macron si propone di offrire una ricetta antipopulista, con venature e similitudine renziane, ma al di fuori dei partiti tradizionali. Ecco perché l’esito della sua sfida sarà comunque un test decisivo non soltanto a livello francese, ma anche europeo. Ecco perché, più ancora che le elezioni tedesche dell’autunno, l’evento elettorale da seguire con più attenzione e curiosità durante quest’anno europeo è la corsa all’Eliseo. E non soltanto per Marine Le Pen.

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En Marche! tenta di rispondere alla richiesta di novità politiche che i malesseri sociali provocano, ma senza eccedere nella portata rivoluzionaria e protestaria del suo movimento. Anzi, tende a voler rassicurare, con le sue sottolineature sulle protezioni che lo Stato deve comunque garantire: sicurezza, orario di lavoro non prolungato ma costo del lavoro abbassato e più competitività delle imprese, Europa come scudo e non come problema, anzi come unica possibile via per controbattere alla “concorrenza sleale” delle economie arrembanti di Cina e India.

Certo, anche il socialista Manuel Valls, ammesso e non concesso che vinca le primarie socialiste (se le vincesse infatti il “sinistro” Arnaud Montebourg sai quanti socialisti si metteranno en marche verso Macron…), e il “repubblicano” François Fillon sono due candidature forti, per certi versi più forti (e probabili) dell’esperimento Macron, ma non sono soluzioni nuove, alternative. Rappresentano entrambi lo sforzo dei partiti tradizionali di agghindarsi al meglio per affrontare il lupo lepenista. Entrambi, inoltre, per vincere hanno comunque bisogno di raccogliere al secondo turno i voti dello schieramento tradizionale avverso, pur parlando innanzitutto al proprio elettorato storico; entrambi hanno bisogno, per vincere, dell’effetto unione sacreè contro Le Pen, dando per certa una consistente forza elettorale del Front National.

Macron invece si propone da subito di parlare a tutti i francesi – come ha scritto di recente il Monde – non rinchiudendosi e non rinchiudendoli in uno schieramento, evitando inoltre che il suo messaggio si politicizzi troppo nelle primarie e la sua personalità nuova, amica dei banchieri e degli editori giusti, si consumi nello scontro quotidiano con rivali dello stesso schieramento. In un certo senso può apparire “presidenziale”, seppur più giovane e meno esperto (tasto su cui batteranno molto i suoi più rodati avversari), perché “più sopra le parti”, anzi “più oltre le parti”, fuori dagli schemi della battaglia politica tradizionale.

Se vince, Macron vince come novità, propone una ricetta di successo per sanare le ferite antipolitiche e riforma il sistema francese già soltanto con la sua vittoria, rilanciando infine un messaggio europeo.

Vaste programme. Per questo è da seguire l’uomo dell’anno 2017.