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Perché il romanesco di Grillo batte le scuse di Fillon

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La regola di Alastair Campbell, formidabile e discusso spin doctor di Tony Blair primo ministro, io me la ricordo così: se un leader resta sulle prime pagine dei giornali per più di 15 giorni per notizie negative e/o scandali vari, si deve dimettere. Se questa regola valesse ancora, il fatto che François Fillon e Virginia Raggi siano ancora rispettivamente il candidato dei Républicains alle presidenziali francesi e il sindaco di Roma sarebbe la clamorosa eccezione che (non) conferma la regola. La reazione agli scandali però è stata del tutto diversa nei due casi. 

Fillon ha prima negato che fosse una finta assunzione parlamentare quella della moglie, poi ha ammesso in parte l’errore e ha aggiunto altre rivelazioni di scelte poco convenienti simili – come una collaborazione legale retribuita affidata ai figli quando erano ancora studenti di legge – e infine si è presentato in pubblico per chiedere scusa ai francesi nel (quasi disperato) ultimo sforzo per tentare di voltare pagina.

Probabilmente, dopo quindici giorni di buio politico totale e di guai&pasticci nel rapporto con i francesi e con i media, per Fillon quella delle scuse e del volto contrito era una scelta obbligata, l’unica alternativa possibile al farsi da parte. Ma dal punto di vista della comunicazione politica tutte le ultime scelte dello stesso Fillon hanno avuto il medesimo effetto: sottolineare il cuore della notizia negativa per lui, prima negandola, poi ammettendola parzialmente, infine confessando l’errore con contrizione, scuse e un volto terreo e rugato dal sudore.

Hai voglia poi a dire: ma ora parliamo delle cose concrete, se per circa due settimane e fino all’ultima ammissione hai subito l’agenda e la successione delle notizie, senza spiazzare o rilanciare. Si dice: ma Fillon è quel tipo di politico lì, rassicurante, serio e tradizionale. Appunto. Funziona in questo periodo? E se funziona, funziona anche quando quel tipo di immagine è deturpata da scandali, polemiche e incapacità di gestire la propria presenza politico-mediatica se il mare non è calmo? Di questi tempi gli elettori cercano leader di speranza o di protesta, ma comunque saldi e sicuri e alla guida dell’agenda, non a rimorchio.

Beppe Grillo, invece, ha come al solito rilanciato, spiazzato, sparato la cosa (più) grossa per cancellare tutto il resto, prendendosi i titoli dell’informazione social-giornalistica. Prima con uno slogan sul blog in un romanesco politicamente molto chiaro: “Er sinnaco de Roma nun se tocca”, poi con un post firmato di suo pugno dal titolo “I 43 successi di Virginia Raggi e del MoVimento 5 Stelle per Roma”. Vero, falso, verosimile? Poco importa, quel che conta è che così Grillo prende in mano l’agenda, parla d’altro rispetto a scandali e polizze, riconquista il terreno del pastone politico-mediatico. Esattamente come fa in Francia Marine Le Pen con il suo Front National, il gruppo al Parlamento europeo, colpito da polemiche e scandali molto simili a quello della famiglia Fillon.

Si dice: ma Grillo e Le Pen sono politici di quel tipo lì, spiazzanti, antisistema e totalmente non convenzionali. Appunto. Funziona in questo periodo? Funziona. E non importa se quel tipo di immagine è deturpata da scandali e polemiche perché la capacità della gestione della scena mediatica fa premio, perché gli elettori vogliono comunque usare quel tipo di leader per lanciare segnali chiari, a prescindere dalla coerenza delle loro idee o delle loro personalità. Per questo per arginare e poi sconfiggere politici di questo tipo la politica tradizionale deve innovare, cambiare, non essere più tradizionale agli occhi dei cittadini delusi dalla politica tradizionale.

Qualcuno inizia a fare esperimenti, per esempio Jean-Luc Mélenchon, leader della sinistra radicale, si è candidato alle presidenziali francesi di persona a Lione e come ologramma a Parigi.

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