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Hamon, Macron e la forma “partito tradizionale” che non funziona più

</span></figure></a> Benoit Hamon, primo dopo il primo turno delle primarie socialiste francesi
Benoit Hamon, primo dopo il primo turno delle primarie socialiste francesi

Emmanuel Macron, astro nascente della politica francese (e secondo Danton uomo dell’anno 2017), politicamente non ha ancora dimostrato molto, nel senso che deve ancora vincere e convincere, ma una cosa sì, una cosa l’ha già dimostrata: se vuoi competere con i movimenti populisti, oggi devi farlo fondando qualcosa di nuovo. Perché è la forma partito che non funziona più, e non funziona più in tutte le sue più variegate declinazioni: dal super comitato elettorale americano fino al partito-gruppo parlamentare inglese, passando per il partititino-centro di potere italiano.

Macron lo ha capito e si è messo En Marche!, ovvero ha fondato un movimento con regole nuove, adesioni molto libere, praticamente gratis: dunque niente primarie socialiste, ma palazzetti pieni. Al primo giorno della sua marcia elettorale si aspettavano al massimo 5 mila persone, ne sono arrivate il triplo. I sondaggi gli danno ragione. Per ora. Il resto si vedrà, anche perché non è che oggi si porti proprio benissimo un programma fatto di idee liberali ed europeiste. Vaste (e bello) programme, appunto. Ma di questi sembra che fuori dai partiti tradizionali possano rinascere perfino le buone idee impopolari.

Bernie Sanders non se ne è convinto e ha prima perso le primarie e poi consegnato parte dei propri voti al trumpismo. Incredibile dictu. Se soltanto Michael Bloomberg avesse rilanciato sul fronte del partito indipendente… chissà come sarebbe andata a finire a Washington. Invece Donald Trump il partito se l’è preso e secondo molti osservatori l’ha smontato pezzo per pezzo, distrutto, salvo poi far fare sala d’attesa a qualche coccio repubblicano per (ri)mettere assieme una qualche forma di transizione di governo prima e di amministrazione poi.

Alexis Tsipras lo ha capito e con Syriza ha fatto un bel rebelot e ha vinto, due volte. Saranno magari vittorie di Pirro, ma insomma c’è del nuovo nel Pireo. Vogliamo parlare dei successi, effimeri per ora, ma comunque successi, di Podemos e Ciudadanos in Spagna, mentre popolari e soprattutto socialisti si avvitano nella loro crisi? Vogliamo parlare di come sta finendo il glorioso partito laburista inglese? Vogliamo parlare della scarsa rilevanza politica negli ultimi decenni dell’Spd tedesca?

Senza scomodare i pirati, è proprio la forma partito per come la conosciamo noi che sembra alla deriva: in pratica i partiti tradizionali si stanno dilaniando al loro interno tra tentazioni non convenzionali – Corbyn, Salvini, Hard Brexit nei Tory – e lotte tra correnti – Socialisti francesi, Democratici italiani, Socialisti spagnoli eccetera.

Il Partito democratico, dalla vocazione maggioritaria di Walter Veltroni in poi, aveva scommesso sulle primarie come strumento per rigenerare uno strumento – il partito – ormai desueto, se non irritante, agli elettori. L’idea in parte ha funzionato, al punto che le stesse primarie, come strumento, sono state poi importate altrove, vedi l’esito di domenica in Francia con il “radicale” Benoit Hamon che supera il più centrista Manuel Valls al primo turno tra i socialisti, aumentando così le chances di vedere al secondo turno delle presidenziali proprio Macron, ovviamente François Fillon e Marine Le Pen permettendo.

Matteo Renzi forse ci ha pensato, a mettersi in marcia da solo con qualcosa di nuovo, ma poi… Ha preferito conquistare il Pd, tentare di rinnovarlo e rinfondarlo, però alla fine ha perso il referendum e la guida del governo, al punto che ora ritorna l’idea dell’Ulivo. Visto che la forma partito tradizionale è indigesta – si pensa – proviamo ad affogarla (“nasconderla”) dentro vecchie, nuove forme di coalizione? Fu la ricetta di Romano Prodi e dal punto di vista dell’analisi era azzeccata. Tutto sta a vedere se lo schema di gioco possa funzionare più di uno volta.