Che cosa è successo ieri e perché Matteo Renzi ha vinto

matteo-renzi-agf-telefoto-U10175353656Ah--258x258@IlSole24Ore-WebSiamo un paese vissuto di supplenze, un po’ come quelle classi che finiscono un ciclo di studi avendo avuto più o meno soltanto supplenti che si sono succeduti gli uni agli altri, senza che tornasse mai il titolare della cattedra. Forse è un lascito (carsico) storico della stagione della feroce violenza politica, dell’uccisione del “politico” per eccellenza del secondo dopoguerra Aldo Moro. Ma l’Italia è una paese che è vissuto a lungo di supplenze. Della magistratura, dei sindacati, delle organizzazioni ambientaliste, dei professori, dei banchieri (centrali e no), delle chiese, della cosiddetta società civile, degli ordini professionali, dell’imprenditore di successo prestato alla politica, della scienza, degli economisti, dei sovrintendenti, dei e poi dei e poi dei, e poi ovviamente dell’Europa, che ci ha chiesto (e per fortuna) alcune cose giuste (altre meno).

Di supplenza in supplenza è stato prima non capito Umberto Bossi, poi Silvio Berlusconi, poi Romano Prodi, poi Beppe Grillo, poi Matteo Renzi. Di supplenza in supplenza abbiamo spesso pensato alla politica come a qualcosa di serie b. Anche perché gli imprenditori quando ce la fanno, ce la fanno nonostante la politica; se un professionista fa carriera, la fa nonostante la politica, eccetera eccetera di “nonostante la politica”. Questo è stato a lungo il retropensiero diventato discussione nelle cene familiari e no. Il comune sentire è stato a lungo il seguente: la politica non è una cosa seria e importante, fanno politica quelli che non sanno fare altro, tanto la politica in Italia non decide, non può decidere, non sa decidere, vogliamo che non decida. Non è stata soltanto una questione di tecnici o di riserve (professionali) della democrazia da chiamare in servizio politico temporaneo al momento dell’urgenza, della bisogna. E’ stato qualcosa di più, un costante rumore di sottofondo di dileggio per l’arte della politica, uno spread in ascesa tra i cittadini che si ritengono buoni e la politica considerata (nella migliore delle ipotesi) inutile o buona soltanto per fare un po’ di tifo e di baldoria. Così almeno, con brevi eccezioni, negli ultimi 25 anni.

Dopo la morte di Enrico Berlinguer, la sconfitta della “Grande riforma” di Bettino Craxi e la caduta del Muro di Berlino, come evento simbolo della fine delle ideologie, la politica italiana è rimasta, come arte e come aspirazione, sotto le macerie del disincanto e della sfiducia e dell’ironia. Di qui, dopo l’ordinaria (ordinario il nostro debito pubblico?) amministrazione dei governi Andreotti della prima Repubblica e il punto di svolta obbligato dell’Europa, l’affidarsi a un imprenditore, Silvio Berlusconi, poi a un professore politico senza partito, Romano Prodi, poi a un professore non politico, Mario Monti, passando per i Carlo Azeglio Ciampi (prima) e i Lamberto Dini e i Giuliano Amato. Ci sono piaciuti i poteri neutri (o ce li siamo fatti piacere) oppure quelli strani perché refrattari per indole – noi, il paese di Machiavelli – al potere politico, quello vero, almeno nelle democrazie.

Ecco la sudditanza della sinistra, del centrosinistra alle sue catene, quelle descritte in un’inchiesta di altri tempi e dunque di altro valore, alto, di Claudio Cerasa per Rizzoli, in libreria (è un vero libro da leggere, non un pamphlet). Quelle catene – la magistratura, i sindacati, le lobby green, le imprese vicine e lontane, le coop, i giornali di riferimento, perfino i salotti – quelle sudditanze psicologiche che il centrosinistra italiano non ha saputo sciogliere finora sono state anche apposte dal diffuso, accidioso sentimento antipolitico degli italiani. In sintesi: io non ho fiducia in me stesso, dunque faccio politica facendomi dettare o prendendo a prestito l’agenda da chi dice di saperne più o di me o gode di maggior credito di me da parte della maggioranza dei cittadini.

Ricostruire la politica è la prima grande riforma necessaria, è la speranza che il presidente Giorgio Napolitano ha tenuto viva perfino nella stagione dei tecnici, è l’ambizione che Matteo Renzi ha finora saputo perfettamente comprendere, impersonare e mostrare, anche, se non soprattutto, con uno stile con qualche smagliatura tecnica e/o tecnoratica e con una rivoluzione nella comunicazione e nell’immagine. Questa la sua aspirazione: l’Italia “ha tutte le condizioni per cambiare e per invitare l’Europa a cambiare”. Per questo motivo domenica 25 maggio ha vinto lui e ha fatto vincere il suo partito, l’unico che ha ancora il termine “partito” nel nome, per l’appunto. Perché gli italiani, il 40 per cento dei votanti, hanno iniziato a dire: beh, ora però torniamo alla politica. Grande opportunità e grande responsabilità.

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  • giuseppe bellasio |

    Anche se sono tuo padre ritengo giusto commentare: quanto da te detto corrisponde a verità:supplire,senza responsabilizzarsi,è uno degli sports nazionali di noi italiani.Metterci la faccia,e non solo per farci dire”mi piace”,è privilegio di pochi.

  • Anna Maria Tolve |

    Voglio soltanto dire a Matteo Renzi che mi ha ridato fiducia nel PD. Avevo giurato che non l’avrei più votato e invece è arrivato proprio il personaggio che aspettavo da tanto. Grazie Matteo!!! Non arrenderti mai e continua con la tua grinta.

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